Avevamo promesso di ritornare sulle cause del debito pubblico nell'articolo del 7 gennaio sullo spread. Eccoci qua, ora proviamo a smontare la tesi secondo la quale il debito sarebbe causato dalla spesa pubblica, ovvero dal finanziamento dello stato sociale. È vero infatti l'esatto contrario. Con la fine del boom post-bellico e la crisi economica dei primi anni '70 i governi europei e americani portarono avanti delle misure a favore delle imprese per arginare il calo del saggio di profitto. In particolar modo si ridussero progressivamente le tasse sulle rendite, sui profitti e sui patrimoni (comportando specularmente un aumento della tassazione sul lavoro dipendente e una compressione delle conquiste sociali che il movimento operaio aveva strappato precedentemente). Quindi, non solo non si è avuto un aumento della spesa pubblica nel paese, ma non è esistito neppure un caso italiano, visto che negli anni '70 e '80 tale spesa è stata inferiore tra i 5 e i 10 punti del Pil rispetto a Francia e Germania. Così è cresciuto il debito pubblico: esonerando dal contributo fiscale i padroni di questo paese e affidando la soluzione all'emissione di titoli di stato che stanno pressoché tutti nelle mani delle banche alle quali dobbiamo pagare gli interessi. Quando però queste sono state coinvolte nella cosiddetta crisi finanziaria del 2008 (ritorneremo anche su questo punto) gli stati, anziché nazionalizzarle sul serio (rendendole cioè pubbliche) le hanno salvate lasciando loro la proprietà e trasformando, accollandoselo, quel debito privato in ulteriore debito pubblico. Quando quindi ci dicono che bisogna abbattere i costi e gli sprechi, ad esempio, della Sanità, non facciamoci prendere in giro! Vogliono utilizzare i soldi per darli alle banche!
Nessun commento:
Posta un commento