All’inizio degli anni ‘90 l’economia italiana fu investita da una profonda crisi economica. La lira fu espulsa dallo Sme (il sistema monetario europeo) e fortemente svalutata, i titoli del debito pubblico (i titoli di Stato emessi per far fronte al debito pubblico) facevano fatica a trovare compratori e le fabbriche chiudevano. Sindacati e sinistra moderata (l’allora Pds) riproposero una nuova versione dell’austerità (già propagandata dal Pci sul finire degli anni ‘70), ovviamente per i soli lavoratori, i quali per far fronte alla crisi (come sempre) dovevano rinunciare ai loro diritti. Venne così portata a termine la distruzione della scala mobile (il meccanismo che adeguava i salari al costo della vita) e si aprirono le porte alla precarizzazione del lavoro (attraverso i famigerati accordi di luglio del ‘92/’93). Il 1992 fu anche l’anno della riforma delle pensioni portata avanti dal Governo Amato.
1992, la controriforma Amato
Nel dicembre del 1992 il Governo Amato introduce nel sistema previdenziale importanti modifiche in negativo al sistema pensionistico. La riforma si pone lo scopo di stabilizzare il rapporto tra la spesa previdenziale e il prodotto interno lordo, così come quello di introdurre forme di previdenza complementare e integrativa (trattamenti pensionistici complementari). Già da allora si diceva che l’Inps era allo sfascio e che l’unica speranza per i lavoratori di avere una pensione decente era quella di pagarsi un fondo complementare integrativo. Inoltre, le pensioni di vecchiaia (ovvero quella che spetta al raggiungimento dell'età pensionabile o per collocamento a riposo per raggiunti limiti di età e/o servizio) vengono innalzate da 55 a 60 anni per le donne e da 60 a 65 anni per gli uomini con un aumento progressivo di un anno ogni biennio. Ma anche la contribuzione minima per la pensione di vecchiaia viene innalzata da 15 a 20 anni. La base pensionabile presa come riferimento per il calcolo dell’importo della pensione (siamo ancora al solo metodo retributivo) passa dalla media degli ultimi 5 a 10 anni e all’intera vita lavorativa per coloro che al 1° Gennaio del 1996 non avevano iniziato a contribuire.
1995, la controriforma Dini
Il 1994 ha visto la discesa in campo di Berlusconi, l’uomo della salvezza (a mala gana…) per una classe dominante ormai priva delle sue protesi istituzionali della Prima Repubblica (principalmente Dc e Psi). Il suo primo Governo prova ad aggredire la pensione di anzianità, proponendo i disincentivi per chi voleva andare in pensione prima dei 60 anni di età. Un imponente movimento di lotta sconfigge questo disegno. Ma, come oggi (pur senza la spallata popolare), caduto il nano arriva un tecnico, un rospo per la precisione: Lamberto Dini proveniente anch’esso da Forza Italia. Il suo Governo introduce un sistema di calcolo previdenziale che passa dal criterio retributivo (calcolando la media delle retribuzioni degli ultimi 10 anni di lavoro) al contributivo per tutte le giovani generazioni: cioè un sistema di calcolo della pensione legato ai contributi effettivamente versati, che, nell’epoca della precarietà del lavoro, significa pensioni da fame. La pensione di anzianità (ovvero quella che si ottiene prima del raggiungimento dell'età pensionabile o del limite massimo di anzianità di servizio e in presenza di determinati requisiti assicurativi e anagrafici) viene legata all’età del lavoratore. Dopo un percorso di adattamento il sistema doveva andare a regime con la possibilità di andare in pensione con 35 anni di anzianità e 57 anni di età. Nessun limite di età con 40 anni di contributi. La riforma Dini prometteva condizioni più favorevoli per i lavori usuranti, ma non si è fatto nulla. Inoltre, da allora la previdenza complementare viene disciplinata mediante l'avvio dei fondi pensione. In ogni modo il dualismo lanciato da questa riforma consentiva di conservare il calcolo retributivo a chi aveva già maturato 18 anni di contributi.
1997, la controriforma Prodi
Nuova austerità supportata dalla sinistra riformista e dai sindacati, del resto bisogna entrare nell’euro! La riforma Prodi si caratterizza per l'inasprimento dei requisiti d'età per l'ottenimento della pensione di anzianità. Si va in pensione all’età di 57 anni dal 2002 e non dal 2008, si da un’accelerata all’armonizzazione dei diversi regimi previdenziali. Con il sistema delle “finestre” si va in pensione in date determinate dal governo e non quando si matura il diritto.
2004, la controriforma Maroni
Il governo Berlusconi II nel 2004 approva la legge delega sulla riforma delle pensioni che peggiora la Dini. Dal 2008 non si potrà andare in pensione prima dei 60 anni di età (61 per i lavoratori au-tonomi) e 35 anni di contributi, a meno che non sene abbiano 40 anni. Si crea così lo “scalone”. Solo per le donne è consentita la possibilità di andare in pensione comunque dal 2008 con 57 anni di età e 35 di contributi, ma con forti tagli all'assegno pensionistico. Il calcolo della pensione infatti avverrà integralmente con il metodo contributivo. Dal 2010 l'età richiesta saliva a 61 anni. La riforma Maroni inoltre concede il Tfr ai fondi pensionistici, con il principio aberrante del silenzio-assenso, a partire dal 1° gennaio 2008.
2006-2007, ancora Prodi
Nell’ottobre del 2006 sindacati e Governo Prodi II sottoscrivono un memorandum col quale ci si impegna a mettere nuovamente mano sulle pensioni. Alla fine dello stesso mese le parti raggiungono un accordo, insieme a Confindustria, sul Trattamento di fine rapporto (Tfr) anticipando la data di at-tuazione della riforma della previdenza integrativa al 1° gennaio 2007, sempre con il silenzio as-senso. Nel luglio 2007 lo “scalone” Maroni viene sostituito dagli “scalini” Prodi-Damiano che sul lungo periodo non migliorano la situazione dei lavoratori. Lo “scalone” Maroni viene infatti solo ammorbidito, ma non rimosso come invece richiesto da migliaia di lavoratori e lavoratrici che con scioperi, assemblee e prese di posizione hanno manifestato l’intollerabilità dell’aumento dell’età pensionabile. Lo scalino che porta a 58 anni l’età minima per la pensione a partire dal 2008 è stato infatti seguito da ulteriori innalzamenti, che hanno peggiorato il meccanismo delle “quote”: dal luglio del 2009 quota 95 con 59 anni di età minima, mentre 18 mesi dopo, il 1 gennaio 2011, in vigore un altro scalino con l’applicazione della quota 96 con 60 anni di età minima, per passare dopo altri 2 anni (2013) a quota 97 con età minima di 61 anni (o 62 anni con 35 di contributi). Viene ridotta di 3 anni l’età per la pensione per i lavoratori privati o pubblici che effettuano lavori pesanti, notturni, nocivi, a catena, a vincolo (i cosiddetti lavori usuranti), ma alla fine viene posto un tetto per soli 5 mila di essi all’anno riducendo la platea degli interessati. Inoltre se la riduzione dei coefficienti (leggasi abbassamento delle pensioni) prevista dalla riforma Dini era da effettuare ogni 10 anni, con questa riforma la riduzione verrà effettuata ogni 3 anni.
Gli ultimi anni
Negli ultimi anni, con il Governo Berlusconi III, molto è stato fatto per “rendere sostenibili il sistema delle pensioni” (leggi “per distruggere ulteriormente il sistema”). Con le “finestre mobili” si è rimandata di un anno (18 mesi per gli autonomi) l’uscita dal lavoro una volta maturati i requisiti per il pensionamento. Dal 2012 le lavoratrici della Pubblica amministrazione andranno in pensione a 65 anni e non più a 61 (mentre nel privato l’allineamento con i colleghi maschi sarà a regime nel 2026. Sempre per quell’anno (come stabilito dall’ultima “legge di Stabilità”) l’età minima per la pensione di vecchiaia sarà al compimento dei 67 anni (arrivandoci con il meccanismo dell’adeguamento all’aspettativa di vita e con le finestre).

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