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giovedì 8 dicembre 2011

Dossier Galsi: il metanodotto bipartisan

Tra le tante questioni spinose presenti in Sardegna, quella del metanodotto, comunemente chiamato Galsi, che l’attraversa partendo dai giacimenti algerini di Hass’r’Mell per approdare alle coste toscane, non nasce oggi. Nel 2001 la Giunta Pili approvò una prima delibera anticipando l’accordo che sarà firmato il 25 febbraio di due anni dopo e che diede vita alla società Galsi (Gasdotto Algeria Sardegna Italia). Tale accordo fu sottoscritto da Mauro Pili, appunto, e il Ministro algerino Kelil permettendo alla Regione Sardegna di entrare nella compagine societaria attraverso la finanziaria regionale Sfirs e l’agenzia governativa regionale Progemisa.
Tuttavia il segretario regionale del Pd Silvio Lai tiene a precisare che tale opera era prevista già dal 1999 sotto il Governo D’Alema per mezzo di un accordo tra Stato e Regione. Sarà anche per questo che il Partito democratico sardo ritiene il Galsi “un obiettivo economico e geopolitico per non restare vincolati al petrolio libico e al gas russo, ma anche per portare in Sardegna, unica regione italiana priva di metano, una fonte energetica meno costosa e più efficiente”. Passati alcuni anni, l’entusiasmo non è diminuito. Per l’allora Governatore Soru “questa è per la Sardegna una grande opportunità. Perché finalmente sarà disponibile per le industrie energivore, come quelle del polo di Portovesme, una fonte energetica a basso costo e scarsamente inquinante e soprattutto perché questo significherà una nuova sicurezza per il mondo del lavoro. Tra l’altro non ci sarà alcun impatto ambientale, perché la pipeline sarà posata tre metri sottoterra”. Entusiasmo bipartisan, viste anche le prese di posizione di Cappellacci: “il Galsi ha una valenza strategica, perché si inserisce nel contesto della cooperazione internazionale, unica strada con cui si possono oggi affrontare le sfide delle grandi reti e sistemi”.

Un po’ di cifre 

L’articolato e complesso sistema di trasporto del gas metano dall’Algeria comprende una centrale di compressione algerina nei pressi di Koudiet Draouche, una condotta sottomarina di 280 Km con un punto d’approdo presso il terminale di Porto Botte (nei pressi di Giba nel Sulcis-Iglesiente), 272 Km di condotta terrestre in terra sarda (larga dai 40 agli 80 metri e profonda 3 quando non in superficie) fino a una seconda centrale di compressione nei pressi di Olbia per poi proseguire il percorso del metano nel Mar Tirreno per altri 275 Km fino a Piombino, in Toscana, dove il tubo si innesta nella rete nazionale per la distribuzione del gas. La struttura garantirà quindi il trasporto di 8 miliardi di metri cubi di metano attraverso 30 milioni di metri quadri di territorio sardo compreso in 40 comuni e 20 siti di importanza comunitaria (Sic) e zone di protezione speciale. A tutt’oggi i partners in crime sono: Sfirs, la finanziaria controllata per il 93% dalla Regione sarda, che detiene l’11,6% delle azioni; Sonatrach, compagnia di stato algerina per la ricerca, lo sfruttamento, il trasporto, la trasformazione e la commercializzazione di idrocarburi e derivati (41,6%); le rinomate Edison e Enel produzione (rispettivamente 20,8% e 15,6%) e la multiutility Gruppo Hera (10,4%). Infine 150 i milioni di euro previsti per i prossimi tre anni nella Finanziaria regionale per contribuire alla realizzazione del gasdotto. 

Un po’ di nomi. 

La composizione del consiglio di amministrazione riflette il peso degli azionisti. Il presidente del Galsi è Roberto Potì (Edison), amministratore delegato è invece Mohamed Yousfi (Sonatrach). Gli altri componenti del cda sono Fatma Zohra Benoughlis (Sonatrach), Yamina Hamdi (Sonatrach), Riccardo Pasetto (Edison), Giovanni Mancini (Enel), Gavino Pinna (Sfirs) e Pietro Musolesi (Hera). Ed è su Hera, ottavo operatore italiano nel business dell’energia elettrica, che dobbiamo insistere se vogliamo capire certi legami tra affari e politica. Hera trova i suoi esordi nella privatizzazione di aziende municipalizzate dell’Emilia Romagna, le quali, dal 2002, aggregandosi tra loro hanno dato vita a una grande multiutility su scala regionale quotata in borsa e le cui azioni per il 61,5% sono controllate dai rispettivi Comuni. Ruotante quindi ad una folta schiera di amministratori Pd delle cosiddette “regioni rosse”, ci fa capire perché questa forza politica è favorevole a diversi progetti portati avanti da Hera ma combattuti dalle popolazioni locali: dagli inceneritori (chiamati termovalorizzatori) in Emilia, al Galsi in Sardegna. Sul progressismo di questi signori, non si può non citare la battaglia contro il Si al referendum sull’acqua (anche qui va spiegata la posizione ultraliberista del Pd), la minaccia di porre fine agli investimenti in caso di vittoria dei Si, il successivo aumento delle tariffe pari al 3,5% nelle bollette dell’acqua nei comuni emiliani da essa controllati nonostante quella vittoria. Non c’è quindi molto da capire sull’entusiasmo “democratico” sul Galsi. E “bisogna fare in fretta!” come dice il Pd. 

Tra propaganda e silenzi 

Si dice che il Galsi porti finalmente alla metanizzazione dell’isola. Ne siamo sicuri? Se apriamo il sito www.galsi.it lo slogan “GASDOTTO ALGERIA ~ ITALIA VIA SARDEGNA” spiega gli intenti meglio dell’acronimo: via Sardegna! Infatti non esiste alcun progetto e – soprattutto – alcun finanziamento per realizzare i sistemi di connessione fra il gasdotto e le reti di distribuzione (solo parzialmente esistenti) nelle aree urbane e industriali sarde. Chi deve costruire e quando questi sistemi di connessione per metanizzare effettivamente l’isola? E chi paga? Dove sta quindi il risparmio? E non si pensa che questa opera faraonica possa a breve termine essere superata in quanto il gas naturale è una fonte di energia di origine fossile a disponibilità limitata? Ignorando la possibilità (mancu cussa...) di percorsi alternativi (ad esempio parallelamente la strada statale 131) per non spendere troppo (e quindi per guadagnare di più), la cosiddetta “anaconda d’acciaio” passerà per zone costiere, siti archeologici, fiumi, campi agricoli, pascoli. Saranno interessate nello specifico la prateria di posidonia del Golfo di Palmas, vero e proprio polmone d’ossigeno per il mare e la pesca locale, le zone umide litoranee del basso Sulcis, i vigneti del Carignano, sempre nel Sulcis e del Vermentino in Gallura, zone agricole del Campidano e dell’Arborea, i già citati venti siti di importanza comunitaria, allevamenti di cavalli in Gallura, numerose aree boschive e diverse zone turistiche. Silenzio sui possibili danni idrogeologici dovuti all’attraversamento dei fiumi. Silenzio anche sui pericoli legati a incidenti (del tutto assenti con le energie rinnovabili). La Snam, che si occuperà “della costruzione e della gestione del tratto nazionale del gasdotto, da Porto Botte a Piombino” (vedi il sito del Galsi), ha dei precedenti a riguardo: l’11 febbraio del 2010 ci fu infatti un’esplosione in un suo metanodotto nei pressi di Tarsia, in Calabria, nelle vicinanze della stazione di compressione (quella che dovrebbe essere costruita nei pressi di Olbia) con uno scempio ambientale non indifferente. Anche qui vediamo come la sete di profitto non porti ad investire in sicurezza. Inoltre è opportuno chiedersi se eventi naturali nel Mediterraneo, o ancora meglio nel sottosuolo, non possano minarne la sicurezza. D'altra parte il bacino del Mediterraneo, nella zona dello Stretto di Gibilterra, è l'unico punto di incontro della placca africana con quella euroasiatica: è risaputo come queste "zone di confine" del sottosuolo siano associate spesso a fenomeni sismici. 

Che si dice a sinistra? 

A sinistra, per ampliare una categoria dalla quale molti (Pd) sono ormai fuggiti, regna il più totale asservimento a questi progetti. Il legame tra politica e gruppi privati quotati in borsa è piuttosto solido; la volontà di possedere delle banche è un obiettivo strategico (ricordiamoci quando Fassino “faceva il tifo” ai tempi della scalata alla Bnl). Il “controllo” politico quindi non è il controllo popolare sui progetti che cadono sulla nostra testa. Parlamentari sardi, Consiglieri regionali, Presidenti di Provincia, Sindaci che il senso comune definirebbe progressisti, sono sempre in prima linea in tal senso. Il caso più eclatante è rappresentato dal Sindaco di Siniscola Rocco Celentano, che a seguito della protesta del suo omologo olbiese Gianni Giovannelli, si è pronunciato a favore della realizzazione nel “suo” territorio senza neppure sentire il parere del Consiglio comunale scambiando, per usare le parole del consigliere dell’opposizione Antonio Satta (Zente Nova), “la delega col comando”. Ma a sinistra del Pd occorre fare chiarezza. La sinistra cosiddetta radicale (compreso il nostro partito) nelle amministrazioni locali ha detto troppe volte si al Galsi senza che al suo interno emergesse una posizione univoca. Se Sel ha detto no a Olbia in chiave campanilista (il no dell’ex Pdl Giovannelli, che da Sel è supportato, non è un no generale e motivato da esigenze di un nuovo modello di sviluppo. Perché a Siniscola andrebbe bene?), i partiti della Federazione della Sinistra hanno detto si nei Consigli provinciali e comunali laddove sono in maggioranza. Per questo, dopo il comunicato stampa del nostro partito a livello regionale, usciamo con questo contributo affinché Rifondazione comunista esca con una sola voce a costo di rompere con le maggioranze al Galsi favorevoli. Non si tratta di essere contro il metano, come diciamo in seguito, ma contro un’opera faraonica studiata solo come servitù e non come servizio. Perciò, anche come da statuto, chiediamo che gli organismi dirigenti regionali promuovano una consultazione interna di tutti gli iscritti e le iscritte. 

Che fare? 

Non siamo certamente contrari all’utilizzo del metano. Il suo utilizzo comporta l’emissione di gas serra e di altri inquinanti atmosferici in misura sensibilmente inferiore rispetto agli altri combustibili fossili (-25% di anidride carbonica rispetto a quella prodotta dall’olio combustibile e la metà rispetto al carbone). Ma il nostro obiettivo è che si sviluppino al massimo le energie alternative, per cui, fino a quando queste non saranno impiegate ed integrate su larga scala, il metano, rispetto ad altre fonti limitate potrebbe giocare un ruolo ben preciso come fonte transitoria. Ma la transitorietà non giustifica un’opera faraonica come questa. Il futuro sta non nelle fonti fossili ma in quelle alternative e rinnovabili e per far si che questo avvenga dobbiamo lottare per affinché queste scelte siano tolte dalle mani dei soliti speculatori che in nome di un presunto bene collettivo realizzano opere utili più alle loro tasche che non alla popolazione. Sono gli stessi gruppi di persone che impediscono lo sviluppo e la produzione di auto elettriche e che non vogliono sfruttare le moderne tecnologie per dare vita a una rete energetica che metta in connessione le diverse parti del mondo con le loro rispettive ricchezze naturali per creare e distribuire energia elettrica con un impatto ambientale nullo . Tutto questo, ben spiegato da diversi studiosi e ricercatori, entra però in contraddizione con chi vuole sfruttare a suo vantaggio, per i soli fini del profitto, la scarsità delle risorse inquinanti. Al tempo stesso anche le rinnovabili (eolico, fotovoltaico) dovrebbero essere sottratte a questi grandi colossi di banditi per evitare che, dietro incentivi, installino strutture senza nessuna logica razionale deturpando l’ambiente. Per questo dobbiamo lottare per rovesciare il capitalismo in favore di una società dove tutte le scelte, ad iniziare da quelle relative all’approvvigionamento energetico, siano pianificate democraticamente dal basso dalle diverse popolazioni del globo.

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